Non ho mai capito i funerali. Sono pieni di gente triste alla quale non so cosa dire, e di gente che immagina di dover partecipare al dolore di quelli che soffrono facendo mostra anch’essi di soffrire. D’altronde, mi rendo conto che far mostra di contentezza sarebbe fuori luogo; e quindi, se proprio devo andarci, resto con una specie di sguardo insondabile tutto il tempo, scuoto la testa, mi unisco ai capannelli degli ignoti, e spesso credono che il lutto l’ho subito io.

La cosa che invece mi viene naturale ai funerali, è pensare scherzi e battute. Forse è colpa di Mark Twain.

 

SCHERZI MAGNIFICI DA FARE A UN FUNERALE

Avvertenza: munirsi di un complice tra la folla per filmare i risultati. Sarà possibile guardarli in un giorno di pioggia, o inviarli a chi ha subito la perdita, ricattandolo minacciandolo di renderli pubblici su YouTube.

 

A) SCHERZI COL CELLULARE

Si avrà l’accortezza di visitare la salma alla camera mortuaria per l’ultimo bacio di prassi, e di lasciar scivolare un economico cellulare nella cassa, nascosto nella ricca fodera, acceso e col viva voce inserito.

 

1) Chiamare il cellulare e lasciar squillare a volontà; in precedenza si sarà registrata una suoneria in cui un tizio urla “AIUTO! AIUTO! DOVE SONO, FATEMI USCIRE!”.

2) Chiamare con voce di troione libanese, “SENTI BELLO, HO QUI MIA SORELLA PER QUELL’ORGIONE A CASA MIA, E MI DEVI ANCORA PAGARE IL MESE SCORSO, CHE FACCIAMO?”

3) Chiamare, e lasciar squillare e basta. Una suoneria col discorso del Sergente Hartman sarebbe l’ideale, ma l’imbarazzo sarà generato da qualunque suoneria, anche la più classica.

4) Chiamare e con voce da cravattaro viterbese ingiuriare il morto e la sua famiglia, “AHO’ A BBASTARDO, ME DEVI DA RIDA’ TRECENTOMILA EURI CHE TE SEI GGIOCATO CO’ LE CARTE E LE MIGNOTTE, AHO’ SI NUN ME LI RIDAI ENTRO GGIOVEDI’ PASSO DA CASA TUA E TE FACCIO BRUTTO A TTE E A LI TUA!

 

B) SCHERZI SENZA CELLULARE

Più semplici da realizzare, ma richiedono un grado di coinvolgimento maggiore e un rischio personale in proporzione.

 

1) Gettarsi sulla cassa nel momento del seppellimento, gridando: “PAPA’, PAPAAAAA”’! , o anche, “MAMMA, MAMMAAAAA!!!”. Il primo funziona molto bene se usato a funerali in cui la vedova e gli eventuali orfani stiano già pregustando l’eredità da spartire; il secondo, laddove la sfortunata lascia un marito orribilmente geloso.

2) Gettarsi sulla cassa gridando “AMORE MIO, NON MI LASCIARE, NON MI LASCIAREEEEEE!!!!”. Si abbia l’accortezza di scegliere soggetti coerenti per età con se stessi, per rendere il tutto credibile. Non c’è problema riguardo al sesso; in un modo o nell’altro, sortirà il suo effetto.

3) Infilarsi nella cerimonia e portare sul pulpito un bigliettino con un ricordo del caro estinto, cominciando con “Vorrei dire due parole a proposito del defunto. Io lo conoscevo bene”. E lì sbrigliare la fantasia. pagliacci

 

 

Anche quando eravamo giovani noi, circa nel Cretaceo, esisteva la Disoccupazione; e siccome eravamo giovani, e dovevamo ancora inserirci nel Mercato del Lavoro, la cosa si faceva abbastanza preoccupante.

Tanto più che anche i nostri genitori non sguazzavano nell’oro, perchè era una delle tante Crisi del passato (ce ne sono state circa una ogni due anni, e, sì, pure negli anni ’80); ma siccome all’epoca eravamo tutti più o meno con le pezze al culo, e non eravamo abituati a desiderare lo stile di vita dei ricchi (ancora “Sex & the City” non aveva impazzato) non ci facevamo più caso di tanto.

Voglio dire, quando non avevi i soldi per la benzina, andavi a piedi. Se non potevi andare a mangiare una pizza, non ci andavi. I dischi te li facevi prestare, per i libri c’era la Biblioteca e senza motorino, beh, non scopavi, ma contavi di rifarti grazie al tuo incredibile carisma comunicativo (certo, loro scappavano in motorino e tu fingevi di essere un solitario).

Nel solco di questo andazzo si sono inseriti i Giri Para, soluzione ideale per chi non ha niente da fare e non ha in ogni caso nemmeno voglia o possibilità di farlo.

Nella fattispecie, abbiamo sfruttato l’unico allora con patente e stipendio (il generoso Alle); salivamo in macchina, mettevamo dentro il mangianastri Van Halen, o Deep Purple, o Guccini, a seconda della voglia di introspezione, e via, verso il nulla, due, tre, cinque ore.

Una volta siamo partiti, abbiamo cambiato l’acqua nel Lago di Garda e siamo tornati indietro; tutto qui.

Certo, la benzina costa, e non ce la mettevamo noi, ma è un costo relativamente basso rispetto a dieci anni per aver sparato a qualcuno, o all’alternativa del suicidio per disperazione, soluzioni che non ci hanno manco sfiorato l’anticamera del cervello.

Io, Alle e Michele, e migliaia di chilometri.

Uno sport che ha dato i suoi porci frutti è stato anche raccogliere gli autostoppisti.

Gli autostoppisti, come insegna “The Hitcher”, sono una razza particolare, e chi li carica non sempre può stare tranquillo; noi ovviavamo a questo problema grazie al fatto che eravamo ben più minacciosi dei caricandi.

Io, tra capelli lunghi e berretto fin sugli occhi, non ero quel che si dice un fiorellino. Michele, ha sempre avuto un’idea dell’estetica desunta dalle foto di reduci degli incidenti aerei. Alle, il più presentabile, era poi in effetti quello che faceva più paura di tutti, a causa della sua sconcertante abitudine di mollare il volante e girarsi all’improvviso verso i passeggeri per conversare, il tutto mentre si accendeva una sigaretta. Una, beh. Giuro su Dio che l’ho visto accendersi una sigaretta mentre ne aveva una in mano che fumava, una in bocca, una accesa nel posacenere e una con l’altra mano la stava buttando (appena iniziata) dal finestrino, in corsa.

Una volta abbiamo caricato due evidentissimi malintenzionati che dopo 800 metri hanno affermato, insistenti, di essere arrivati a destinazione, grazie a questi piacevoli spettacolini.

Ma il più storico fu un tizio che caricammo mi pare alle Forche, in Michigan, che doveva andare ad Hamstàn.

“Dov’è che devi andare??”

“Haàmstàn!”

“Ah scusa, che scemo, chissà che avevo capito”.

Tempo di arrivare alla stazione, abbiamo avuto modo di decifrare che era appena tornato da un viaggio in India nel quale aveva trovato se stesso – si cercava in India, e si è trovato alle Forche, non ho mai ben compreso il meccanismo – ed ora faceva l’autostop per recarsi ad AMSTERDAM, terra del Latte, del Miele e dell’Erba.

Comunque, oh, sembra incredibile, ma non ci siamo ammazzati, non abbiamo spruzzato d’acido donne non consenzienti, non abbiamo dato fuoco a ditte, non abbiamo sparato a carabinieri, sindacalisti e facchini e ferrovieri, e siamo ancora qui a raccontarla, in gran parte con le stesse ansie di allora; e ancora queste soluzioni non ci vengono in mente.

A volte mi chiedo se non siamo profondamente sbagliati, dentro.

E’ già un po’ che l’ho visto, ma cerco di non stabilire il contatto oculare con questo intronato, e mi infilo alla cassa lesto lesto.

“Signore…SIGNORE!” fa la cassiera con gli occhi celati da occhiali stile Anna dei Miracoli, e per un istante spero che implori il Padreterno, macchè, ce l’ha con me: “Può andare all’altra casa, per favore?”

Sgrunt.

Vado all’altra cassa. Il rompipalle invece si infila in quella dalla quale sono appena stato scacciato.

Viene scacciato a sua volta e si mette in coda davanti a me.

“F.”, faccio, “adesso mi passi avanti?”

“Ehi ciao, no, c’ero io già da prima!”. E si volta per conversare.

Se lo avessi lasciato passare avanti non sarebbe successo niente.

“Sai” occhieggiando la propria spesa, una bottiglia di vodka, tre arance, uno yogurt “ho una top model russa svenuta sul furgone”, ignorando che il termine “top model” mi lascia indifferente, e “svenuta” pure; è “furgone” che mi incuriosisce un po’.

“Come stai?” “Bene grazie, e tu?” Eh! Stamattina ho fatto un processo per due stupri e pestaggio, e adesso ho una top model russa svenuta nel furgone!”

Ok, ma pensa te. “Una situazione tarantiniana, insomma” gli faccio. Maledetto me.

“Più che altro direi di Bukowski!”

“Ok, se ti è piaciuto Bukowski, leggi Crumley che…”

“Ahahaha” mi interrompe, “ho letto millecinquecento libri, ne so qualcosa io, fidati!”

E mi ruba la sportina.

“Ti rompo il cazzo, vero?”

“Sì” rispondo sorridendo.

“Eh ma vedi, è che ho”

“Una top model russa svenuta sul furgone”, diciamo in stereo, e mi guarda un attimo incerto.

“Quindi”, riprendo, “La morale è: mai caricare top model russe nel furgone?”

“No”, risponde, e poi, cospirativo: “Le russe fanno certe cose che, uuuhh!!! na vlta una appena sveglio mi ha infilato la lingua nel culo, champagne! E poi, pompino! E poi, ha pulito tutto! Ma potrei raccontarti certe cose da farti venire i capelli bianchi!”

Immagino non abbia notato che io i capelli bianchi li ho già. Io intanto sto cercando di immaginarmi cosa pulisca la russa, non ricordo siano così quotate come colf; ma lui avanza imperterrito.

“Eh, l’altra sera Tale mi diceva, se avessi fatto un decimo delle cose che hai fatto tu, sarei morto! Ieri mattina ho bevuto una bottiglia di vodka, così, champagne! Alle 9! E alle dieci mi hanno fatto l’etilometro, e non avevo niente! E giro senza assicurazione e senza patente!”

“Champagne!” faccio io, volenteroso, ormai contagiato dal mare di cazzate. Sono incapace di staccare lo sguardo dalla sua attaccatura dei capelli. Non è un eczema. E’ più come se qualcuno avesse rasato a zerbino una moffetta e glie la avesse incollata allo scalpo col Vinavil. E l’orrore procede dentro le orecchie, e gli occhi porcini sono iniettati di sangue.

“Ma vedi, io ho un problema che non è un problema”, mi confida. Anche io, ma non glie lo posso dire.

“Vedi, c’è il Capo dello Stato, poi ci sono 5 generali con la greca, e uno di questi è mio zio, e nessuno mi può fare niente, ahahah!”

Siamo passati dalla russa svenuta alla greca, e comincio a fare un po’ di casino. Ed è a questo punto che mi fa, “Ma noi, come ci siamo conosciuti?”

Ah, ecco. “A scuola, alle medie.” “Alla Lepido?” “No, alla San Vincenzo.”

“AAAAAHHH, mi ricordo di te! Io noto sempre tutto e ricordo tutti!”

Dovrei anche rammentargli allora che sono quello che gli ha rotto la faccia in più punti, ma trovo carino sorvolare.

E sul piazzale, ci separiamo.

E comunque, non ha un furgone.

 

La cosa più bella di molti compagni di scuola è che sono ex compagni di scuola.

“E tu ti consideri messo male?” mi fa l’amico di un tempo, “Tu sei fortunatissimo! Hai chiesto un mutuo e te lo hanno consentito, fai parte della schiera degli eletti!”

Si era allora nel 2001, e già molto prima dello sfascio delle Torri Gemelle (molto Tolkien) quelli come me i soldi li vedevano solo grazie ad un considerevole sforzo di immaginazione.

“Considerevole” non lo uso mai, ma fa tanto Carmen Consoli…

E, sì, mi sono fermato a pensare, oh, che culo che ho! Soldi zero, e se chiedo di fare debiti, me lo consentono!

E poi anche che forse non era stato tutto un fatto di fortuna.

 

Insomma, mi ero stufato di vedere la faccia da cravattaro del padrone di casa che veniva lì a prendere l’assegno, e guardava ogni ninnolo, ogni macchia d’unto, ogni angoletto, e bisognava aspettarlo come se fosse il Redentore; e mi sono detto, se butto nel cesso più di mezzo milione al mese per un affitto, posso pure buttarne seicentomila per un mutuo.

E armatomi di coraggio e pazienza mi sono messo in caccia.

Ho circolettato 4 o 5 immobili che mi interessavano, ho fatto la mia conoscenza con un ladro fottuto di immobiliare (chiedetemelo in privato, un ladro vero, da carcerare) e sono partito.

L’appartamento c’era. I 140 milioni, no.

Prima banca.

“Ma certo, ha bisogno di, uhm, il 100%? Beh, basta che i suoi mettano una firma a ipoteca che…”

Seconda banca.

“Sissì, vedo, garanzie zero, firme zero, ok, nessun istituto le farà mai credito. Mi spiace.”

Terza banca. Proviamo a cambiare registro.

“Eh” mi fa il Direttore, “ma vede, se ci fosse una firma di qualcuno, che so…i suoi genitori…o almeno qualcosa da anticipare, capisce…e poi, c’è un solito stipendio, e anche in collaborazione, come posso aiutarla così?”

Lo guardo come Crocodile Dundee guatava il bufalo.

“Direttore” gli faccio, “adesso le racconto un po’ di me. Tre anni fa io e la mia compagna siamo usciti malamente dalle rispettive case, coi vestiti, uno stipendio da un milione e quattro in due, e una scatola con un pacco di pasta corta, uno di pasta lunga, una scatola di fagioli, una di ceci e una di piselli, una scatola di sale fino e una di sale grosso e una bottiglia di passata di pomodoro. Mio padre stava morendo, io non sopportavo il mio lavoro e la mia compagna non ne trovava nessuno; avevo dato 3 esami universitari su 24, e ci siamo ammalati di brutto, per mesi e mesi.”

“Eh” fa lui, aspettando che compaiano da dietro le quinte Capi e Joliet Coeur, col cappello teso per le monetine.

“Oggi, a tre anni di distanza, ho un contratto a tempo indeterminato con una consociata di Siemens, e porto a casa più di 4 milioni al mese. Questo ha consentito a mia moglie di frequentare un corso, al termine del quale ha trovato una collaborazione con un Ente, e le prospettive sono molto buone. Ho studiato mentre facevo le notti a mio padre, ho dato gli esami mentre era sotto ai ferri, oggi sono a metà esatta del corso, e tutto mentre lavoro 10 ore al giorno e gestisco qualcosa come 10 milioni di clienti, lamentele, spedizioni e problemi tecnici vari. Ora mi dica: se lei avesse investito su di me tre anni fa, le avrebbero detto che era una cosa da matti. Quanto avrebbe guadagnato, se io fossi stato un titolo?”

“E suo padre?”

“Sempre morto, grazie.”.

Un quarto d’ora dopo uscivo dalla banca coi moduli firmati.

Non sempre quel che sembra culo lo è.

 

 

Dieci anni fa, o poco meno, mi sono trovato nella condizione di rigettare tutto quello che avevo imbastito fino a quel momento perché ormai mi disgustava.

Quello che non vi dicono mai, quando vi esortano a prendere una decisione e cambiare percorso, è che perderete tutto quello che conoscete. A me è successo, e per diversi anni me ne sono andato in giro col cappello in mano, disoccupato, occupato a metà, non pagato, non filato.

 

Per qualche tempo ho lavorato nella fantasmagorica impresa della Cultura finanziata con Fondi Europei. Mansioni: far firmare i registri, fotocopiare dispense, portare i caffè. Rapporti con i geniali docenti e organizzatori di questi corsi: ambigui, distanti, freddini, per non dire in contrasto. Insomma, a tratti osceni.

Un giorno sento che ridacchiano, parlano di me, le mura sono in cartongesso. Vengo definito “L’Uomo Grigio”, da questi meravigliosi esempi di docenti/artisti che insegnano magìa agli indigeni, citano Hillmann e Baricco, sono creativi, sono geniali, sono pieni di fascino e di progetti meravigliosi. Non si capisce dopo tutto questo come mai siano sempre incazzati, stanchi, depressi, pavidi, sarcastici, avidi, sospettosi e maldicenti, e in ultima analisi, tristi e spaventati.

 

Nel frattempo, questo Uomo Grigio ha scritto qualcosa come 20 milioni di battute spazi esclusi, due libri, oltre duemila tra articoli, recensioni e inchieste, più di settecento recensioni e pensieri, migliaia di commenti, saluti e affini, ha raggiunto con le sue stupidaggini scritte più di 20.000 persone, che ha fatto ridere, sorridere, incazzare, commentare, pensare, produrre, riflettere. Ha formato all’impresa oltre 1.000 persone, redatto manuali, istruzioni tecniche, suggerimenti, tenuto più di 100 corsi di vario genere; si è dilettato di musica, di chitarre, di scrittura creativa, di acquariofilia, di culturismo, di medicina, di alimentazione, di arti marziali, marketing, pubblicità, storia, filosofia, videogiochi, problemi sociali, criminologia, arrampicata, rapporti tra uomini e donne. E’ uscito vivo da malattie gravi, incidenti, lutti, disoccupazione, perdite, crisi, traslochi, sparizioni, mobbing, ha preso due diplomi, una laurea, è stato in guerra, ha fatto il volontario in CRI, ha accompagnato amici e cari al cimitero e all’altare, ha faticosamente messo su una famiglia, vinto un concorso, creato eventi che hanno divertito oltre duemila persone, ha cambiato ditta 25 volte e professione 15, ha amato, odiato, ignorato, letto oltre diecimila libri, fatto campeggio, consigliato, rincuorato, rimproverato, si è scusato, si è perdonato, si è tirato su le maniche, si è steso, si è rialzato, si è seduto e, in generale, circa qualche altra diecimila cose alle quali non penso di solito ma che, tutte assieme, concorrono a formare un tale bordello di colori che, tutti assieme, non possono che virare al grigio, o al marrone molto confuso.

E sapete cosa c’è?

Non c’è niente di speciale in tutto questo.

Per cui.

Auguri a tutti gli uomini e donne grigi che conosco, e sono tantissimi, che non lasciano per forza trasparire cose stupefacenti ma a ben guardare le vivono tutti i giorni, senza montarsi la testa, che coltivano sogni, bisogni, affetti, canapa, mestieri, famiglie, interessi, hobbies, professioni, sempre con calma, con gentilezza, chiedendo scusa, sbagliandosi, incasinando le cose, senza mai spiccare, senza mai cercare il monumento.

 

Auguri.

 

Non me ne vogliano i tanti amici che la pensano diversamente, non è un calcio nel culo a loro, ma una riflessione mia.

Forse siamo andati troppo avanti coi tempi.  Siamo diventati tutti intransigenti, cinici, malati di assenza di pancia, nel momento in cui ce la siamo ritrovata piena.

Dopotutto, ed è vero, siamo un Paese in cui l’analfabetismo funzionale sfiora l’80%, la politica è corrotta, e peggio ancora, nella sua corruzione è votata e benedetta dalla maggioranza dei cittadini, ignoranti, beceri.

Siamo un Paese in cui nessuno si sente di fare parte di una comunità, mai: ognun per sè, quel che è mio è mio, e l’ultimo chiuda la porta.

E in questo frangente storico, più che mai ci appare ridicolo esultare di fronte ad effimere vittorie sportive quando la situazione, come dicono i giornali, è disperata e disperante, l’Europa si sfascia, le illusioni crollano, la miseria avanza e la povertà morale dilaga.

Però poi c’è anche l’altro lato della medaglia, a volerci guardare bene in mezzo.

Che è il senso di tutta quella gente, ed è davvero tantissima, che psicologicamente non ce la fa tutti i giorni ad andare avanti a testa alta nonostante le botte, le disillusioni, le amarezza, e si aggrappa a tutto quello che può, perchè sopportare tutto senza manco uno spiraglio di sorriso è disumano.

E in questo contesto mi sento di dire che, per quanto a me non me ne potrà mai fregare un cazzo della partita di pallone, se serve a far stare più allegri, o più sereni, alcuni, mi pare non ci sia proprio niente da disprezzare.

Voglio dire: come funziona, è lecito solo il martirio psicologico di tutta quella stampa che ci incita ad essere disperati per vendere più copie? Oppure anche quella che vende copie, allo stesso modo sfruttando un rigurgito (pelosissimo) di senso di appartenenza ha diritto anche essa di esistere?

Chi crede alla devastazione dello spread è intelligente, chi crede alla vittoria della Nazionale è un coglione?

Allora almeno almeno dovete concedere un equo compromesso: o non vale nessuno dei due, o tutti e due.

Esiste una cosa chiamata “labelling”, un processo osservato già molte volte e dato ormai per assodato, che più o meno funziona così: se etichetti uno come criminale, cialtrone, genio, asociale, perdente, superstar, se tutto il suo contesto sociale lo cataloga così, ecco che questo si conforma al sentire comune. Zelig.

Se tutti stiamo qui a raccontarci in continuazione che siamo dei perdenti, cialtroni, ignoranti, stupidi, falliti, non ci trasformeremo miracolosamente in tanti Premi Nobel.

Certo, a raccontarci che siamo invincibili sportivamente potremmo tutti trasformarci in tifosi juventini; mi rendo conto che è un danno collaterale terribile, però è meglio che appendersi alla trave del soffitto.

Voi mi direte: ma, e tutti i problemi del mondo, chi li risolve?

Intanto, non noi. Noi possiamo si e no risolvere quelli del pianerottolo, dei quali, proprio perchè sono un po’ troppo concreti, spesso ce ne freghiamo, e ci rifugiamo nella litania dei problemi irresolubili (e proprio per questo in fondo deliziosi, ci stimolano l’ansia ma non il senso di colpa).

Panem et circenses? Disprezziamolo tutti assieme, massa di pecoroni con gli occhi foderati di prosciutto; ma ha sempre funzionato benissimo.

E ogni regnante di qualunque era sa per certo che le vittorie, siano esse sportive o sul campo di battaglia, sono metodi certi per creare senso di appartenenza, morale alto, e crediti di cassa immediatamente esigibili.

E lo sa benissimo anche l’attuale Presidente del Consiglio, che stanotte sull’onda di una sventola psicologica (i politici non sono esenti da queste cose, anzi, seguono con grande attenzione i cambiamenti del vento) ha portato a casa un risultato tanto notevole da far stridere i denti a tutti quelli che avrebbero goduto (chissà poi perchè) nella disfatta politica ed economica che avrebbe dato riscontro alle loro previsioni.

http://www.repubblica.it/economia/2012/06/28/news/anti-spread_nuova_ipotesi_consiglio_ue-38171001/

Anche se è presto per cantare vittoria e scendere in piazza, permettete, sfido chiunque a dire che non è un risultato notevole.

 

Poi, non tutti sono béceri operai edili con la pancia grossa e 300 vocaboli e la coscienza chiusa; alcuni di quanti avranno guardato, esultando, la sveglia data ieri sera ai tedeschi (popolo perfetto, invincibile, straordinario, che in tutti i campi ottiene risultati la metà dei nostri, con il decuplo delle risorse) magari avranno anche la coscienza vigile, una cultura, una informazione.

E avranno pensato prima che ai cani dell’Ucraina alla situazione disastrosa di questo Paese, sotto il profilo civile e sociale, una regione che da molti anni è nel mirino di Amnesty International.

http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3318

Non a caso, va detto chiaramente, la UEFA sotto la guida di Platini ha scelto di ambientare le competizioni odierne in questi luoghi; una iniezione di visibilità, una vetrina, una ribalta sul mondo che, si spera, porterà benefici. Anche se non mancano le contraddizioni, le critiche, e anche se sembra che solo la Polonia sarà poi in grado di beneficiare, mentre la situazione ucraina, più gravemente compromessa, sembra dura da raddrizzare ( e certo non basterà qualche partita di pallone per sanare il baratro).

 

Io? Io non solo sono praticamente impermeabile all’ottimismo, ma sono pure cresciuto pensando di essere geneticamente interista; quindi, me ne frego sia del calcio (e dello sport in genere) che del risultato.

Con tutto ciò, ieri sera mi sono seduto sul divano con mio figlio e i miei cari a far finta di interessarmi, e dopo un po’ mi sono persino scoperto teso: ho avuto un gran gusto che LORO abbiano vinto (LORO, non NOI), e credo tutto sommato di non avere sprecato la serata, stando in compagnia e chiudendo il cervello per 2 ore alle sfighe con le quali ci bombardano ogni minuto.

E mi pare anche che, forse, non è un gran male coltivare un po’ di più questo genere di cose. Oggi è il calcio, domani la partita al biliardino, il cinema, la grigliata, la partita a carte; non posso sempre pensare che un Grande Fratello stia facendo di tutto per obnubilarmi la mente, ogni tanto mi fa anche piacere pensare che faccio cose disimpegnate, che mi divertono, mi distraggono. Mentre il mondo, per qualche ora, andrà avanti da sé.

 

Oggi stanno tutti interpretando il famoso spezzone fantozziano sulla partita di calcio rovinata dalla visione della Corazzata Kotiomkin come la lucida riflessione su quanto popolino becero e ignorante siano gli italiani.

Lucida, era lucida, però l’interpretazione è errata ed era invece diametralmente opposta.

Era invece la critica nei confronti di una soffocante intellighenzia che opponeva la propria supremazia schiacciante nei confronti dei poveri ignoranti italiani, fermi alla familiare di Peroni ghiacciata, alla frittatona di cipolle e rutto libero, con involute considerazioni su cinema espressionista, cultura criptica, femminismo, nuovo che avanza, coscienza di classe eccetera.

Che a conti fatti, tutta questa fiera ci ha lasciati straniti, deprivati, rincoglioniti, mentre gli intellettuali ora siedono in comodi CdA refrigerati ed iperpagati, mentre noi ci rompiamo i maroni a chiederci perchè mai non capiamo Hegel, Camus o sti cazzi e abbiamo perso di vista Tex Willer, il pane e salame, la figa, il calciobalilla, la birra e altro ancora.

 

 

 

Quel che voglio dire è:

ascoltate, se non lo conoscete o non lo ricordate più tanto bene, “Sympathy for the Devil” verso la fine, e poi riflettete.

Se non si è ammazzato lui con quella performance lì, sono sicuro che voi potete trovare il coraggio di andare avanti ancora per un po’.